Ungheria condannata dalla Corte UE: quando il proibizionismo rompe le regole europee

C’è una notizia che riguarda la cannabis senza parlare di consumo, mercato o “liberalizzazioni”.
Ed è proprio per questo che conta.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che l’Ungheria ha violato il principio di leale cooperazione, uno dei pilastri del diritto dell’Unione, agendo in contrasto con una posizione comune europea durante una votazione internazionale sulla riclassificazione della cannabis.

Non una questione morale.
Non uno scontro ideologico.
Ma una violazione delle regole condivise.


Cosa ha deciso davvero la Corte UE sulla cannabis

Nel dicembre 2020, in sede ONU, si votava un passaggio rilevante:
la rimozione della cannabis dalla Tabella IV della Convenzione Unica del 1961, riservata alle sostanze considerate particolarmente pericolose e prive di valore terapeutico.

L’Unione europea, dopo un confronto interno, aveva definito una posizione comune da sostenere come blocco unitario, basata sul riconoscimento dell’uso medico della cannabis e sulle evidenze scientifiche disponibili.

L’Ungheria, però:

  • ha votato contro quella posizione;
  • lo ha fatto apertamente;
  • e lo ha fatto nonostante l’accordo europeo fosse già stato formalizzato.

Secondo la Corte, questo comportamento ha compromesso l’unità dell’azione esterna dell’UE, violando l’obbligo di leale cooperazione che vincola tutti gli Stati membri.


Perché non è una sentenza “pro-cannabis”

È bene chiarirlo subito:
questa non è una sentenza che legalizza la cannabis, né che impone riforme nazionali.

La Corte non entra nel merito delle politiche interne.
Non valuta modelli di regolamentazione.
Non prende posizione sull’uso.

Stabilisce però un principio molto chiaro:

quando l’Unione europea decide una linea comune, gli Stati membri non possono sabotarla per ragioni ideologiche.

Ed è questo il vero nodo della decisione.


Il corto circuito del proibizionismo istituzionale

Il caso ungherese mostra un paradosso ormai evidente:

  • l’UE riconosce l’uso medico della cannabis;
  • accetta riclassificazioni internazionali;
  • finanzia ricerca scientifica;

ma allo stesso tempo tollera che la cannabis venga usata come strumento di propaganda politica interna, anche a costo di rompere accordi multilaterali.

Quando questo accade, il problema non è la sostanza.
È il rapporto tra ideologia e diritto.


Perché questa sentenza riguarda anche l’Italia

Il messaggio non è rivolto solo a Budapest.

Anche in Italia il dibattito sulla cannabis è spesso scollegato dal quadro normativo europeo e internazionale, dominato da semplificazioni e narrazioni emergenziali.

Questa sentenza ricorda almeno tre cose:

  1. le decisioni prese in sede internazionale contano davvero;
  2. la scienza è già entrata negli atti ufficiali europei;
  3. il proibizionismo non è neutro e può produrre effetti giuridici concreti, non solo retorici.

Non cambia le leggi italiane dall’oggi al domani, ma incide sul contesto in cui quelle leggi vengono difese.


Una nota di ironia istituzionale

Per anni la cannabis è stata raccontata come una minaccia all’ordine pubblico.
Poi arriva una sentenza che dimostra che la violazione dell’ordine giuridico è avvenuta nel tentativo di difendere quella narrazione.

Non per colpa della pianta.
Ma per una scelta politica incompatibile con le regole europee.


Un precedente scomodo

La Corte UE non promuove la cannabis.
Ma manda un messaggio chiaro:

le politiche restrittive sono legittime solo finché rispettano gli impegni comuni.

In una fase storica in cui:

  • il CBD è sotto pressione normativa;
  • la cannabis terapeutica incontra ostacoli amministrativi;
  • il dibattito pubblico resta fortemente polarizzato;

questa decisione segna un passaggio importante:
la cannabis entra nel diritto europeo come fatto regolatorio, non come tabù ideologico.


Conclusione

Non è una rivoluzione.
È qualcosa di più silenzioso, e proprio per questo più incisivo.

Quando la cannabis smette di essere solo uno slogan politico e diventa materia di diritto europeo,
la propaganda non basta più.

Restano le regole.
E restano le sentenze.


Fonti

  • Corte di giustizia dell’Unione europea – Sentenza su principio di leale cooperazione (gennaio 2026)
  • Commission on Narcotic Drugs (ONU) – Votazione sulla riclassificazione della cannabis (dicembre 2020)
  • ANSA / Adnkronos Eurofocus – Ricostruzione del caso e contesto europeo
  • MSN Italia – Rassegna stampa sulla decisione della Corte UE